lunedì, 17 novembre 2008,12:32
L'annullamento dell'icona è la conseguenza naturale del profondo mutamento che l'arte ha subito nel XX secolo. La fotografia prima, cinema e televisione poi, hanno portato il bombardamento d'immagine subito dalla gente a livelli estremi e difficilmente controllabili. Rendere aniconico cià che fino all'invenzione dei nuovi mezzi era iconico è stata l'ultima ed unica scelta coerente per garantire una certa sopravvivenza all'arte, oltre alla sua sacralizzazione, ovviamente. Ma quest'ultima non è altro che la continuazione ideale di un processo più lungo, figlio del Romanticismo e della successiva cultura simbolista.




Sì ma...Embè?
Me la suono e me la canto da sola, e me ne compiaccio, ghgh.
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mercoledì, 16 gennaio 2008,14:36
La verità è che adesso che ho raggiunto questo piccolo, minuscolo traguardo, mi sento intellettualmente onnipotente. Non credo di esagerare dicendo che erano anni che cercavo di riordinare in maniera organica le mie conoscenze, per poi soccombere sempre sotto i colpi di Pigrizia e Inedia.

E ci è voluto il secondo anno di università perché mi decidessi. O meglio, perché ragioni accademiche mi costringessero a farlo, ma per lo meno ho cominciato. Presto o tardi sistemerò anche ciò che viene prima degli anni '80 del Settecento; per ora mi accontento di aver sistemato ciò che mi stava più a cuore.
Imparare mi fa sentire una Dea.

Non è incredibile che ora la mia vera, grande paura sia quella di dimenticare ciò che ogni giorno imparo?
Vorrei poter studiare per il resto dei miei giorni. Ininterrottamente.

Mondrian, 1911
Mondrian nel 1911 dipingeva così. E il suo fiore preferito era l'amarillide.
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venerdì, 21 dicembre 2007,21:01
Credo che lavorare per vivere sia un po' imbecille dal punto di vista economico. Spero che arrivi il giorno in cui si possa vivere senza essere obbligati a lavorare. Avrei voluto lavorare, ma in me c'era un fondo enorme di pigrizia. Preferisco vivere, respirare, piuttosto che lavorare. la mia Arte è quella di vivere; ogni secondo, ogni respiro è un'opera che non è inscritta da nessuna parte e che non è né visiva né cerebrale. E' una sorta di euforia costante. Io non considero che il lavoro da me realizzato possa avere, nell'avvenire, una qualunque importanza dal punto di vista sociale.
[...] L'Arte non ha un'origine biologica Non è che un giochetto fra gli uomini di tutti i tempi: essi dipingono, guardano, criticano, scambiano e cambiano. Trovano, in tutto questo, uno sfogo ai loro costanti bisogni di decidere fra il bene e il male. Si vive, si dipinge, si è pittori, tutto questo in fondo non vuol dire nulla. Si fa pittura perché si vuole essere, per così dire, liberi. Non si vuole andare tutte le mattine in fabbrica, o in ufficio.
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domenica, 04 novembre 2007,20:03
locandina
Napoli, Museo Archeologico Nazionale
16 Ottobre/31 Novembre 2007

In occasione di un disastroso consiglio di facoltà che ha interrotto tutte le lezioni della mattina, mi sono recata, assieme ad uno sparuto gruppo di studentesse diligenti, al Museo Archeologico di Napoli, luogo a me molto caro, per visitare una mostra sull'Arte Neopompeiana, con tanto di lezione tenutaci in loco dalla professoressa Irollo, una delle persone che hanno curato l'allestimento dell'esposizione.
L'ingresso al museo è di 6.50 euro, con possibile riduzione a 3.25 euro per le persone di età compresa tra i 18 e i 25 anni, e gratuito per tutti coloro che abbiano meno di 18 anni e per gli studenti universitari che siano iscritti a facoltà attinenti all'attività del museo (e qui si gode, ndr).
Ma veniamo a noi...
La mostra è stata allestita nella bellissima Sala della Meridiana, al secondo piano, quindi l'esposizione fissa del museo non ha subito sostanziali modifiche, eccezion fatta per alcuni reperti che sono stati ivi trasportati per integrare didatticamente l'allestimento.
La Sala è stata suddivisa in sei sezioni diverse, dedicate alle scene di genere, di vita quotidiana borghese calate in un contesto antico, alla pittura precedente al Neopompeianesimo che ritrae gli scavi al momento del ritrovamento, e all'attività di Alma Tadema, di cui compaiono in tutto 16 opere, tutte risalenti alla sua produzione pompeiana, eccezion fatta per un suo tardo - nonché adorabile - autoritratto.
Non saprei dire se sia per il mio scarso interesse nei confronti della pittura 'borghesotta' tipica dell'epoca vittoriana, o forse per le condizioni difficili in cui ho visitato la mostra, fatto sta che questa non rientra assolutamente tra le mostre che tornerei a visitare di mia spontanea volontà.
La disposizione delle opere non seguiva un criterio (o percorso, che dir si voglia) preciso, e ciò ne poteva rendere difficile la fruizione per coloro che , contrariamente a quanto è capitato a noi, avessero visitato la mostra senza una guida, o comunque senza qualcuno che avesse un minimo di preparazione sull'argomento. Inoltre - e qui la mia professoressa di Museologia si metterebbe le mani dai capelli - su tutti i quadri, da qualsiasi angolazione li si guardasse, era presente un insopportabile riflesso, ragion per per cui era praticamente impossibile riuscire ad osservare un dipinto per più di un minuto e senza contorcersi dolorosamente per riuscire a coglierne tutte le parti.
And least but not last, ho trovato odiosa la scelta dei colori delle pareti: si alternavano azzurrino tenue, crema, bianco latte, grigio e rosso pompeiano, forse in concomitanza ai grandi blocchi tematici in cui si dipanava l'esposizione, ma d'altro canto non avendo colto un filo conduttore preciso nella disposizione dei dipinti non posso neppure aver colto il criterio di scelta dell'ordine dei colori. Sempre se di criterio si possa parlare, questo non lo potrei proprio dire.
Ad ogni buon conto qualche aspetto positivo c'era: ad esempio ho apprezzato tantissimo la scelta di sistemare dei reperti che effettivamente comparivano in certi quadri, o comunque relativi alle scelte dei pittori, anche se devo ammettere che talvolta - specialmente nella parte centrale della sezione dedicata ad Alma Tadema - ho avuto l'impressione che certi oggetti fossero stati posti lì per riempire certi vuoti espositivi. Comunque, nonostante vi fosse una certa ridondanza nella scelta degli oggetti, l'ho trovata davvero un'ottima idea.
In definitiva, non è una delle migliori mostre che abbia mai visto, e dubito che tornerò a visitarla. Però apprezzo lo sforzo degli organizzatori di metter su un discorso sul Neopompeianesimo, che in realtà non è così lineare ed ovvio come molti sono portati a pensare.

Voto: 5

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venerdì, 06 luglio 2007,14:15
Dozzinale

Mi sembra il momento adatto per ricominciare la mia -ormai antica- Crociata contro tutto ciò che c'è di dozzinale nell'Arte. Mi rendo conto di quanto Neoclassica possa essere questa mia ostinazione, ma in fin dei conti non credo che ci sia nulla di male. D'altro canto, se esiste la soggettività della percezione, perché questa non si dovrebbe estendere anche all'Arte, che altro non è se percezione e mimesi?
Ho sempre detestato le nature morte ittiche  del museo di Capodimonte, danze di pescatori sdentati, piedi sporchi, barchette e reti, contadini che trasportano carri pieni di verdura.

L'Arte non è di tutti. Inutile nascondersi dietro a demagogismi di bassa qualità.

Si possono riempire centinaia di stazioni della metropolitana con le più disparate opere di giovani e promettenti artisti, verranno sempre e comunque imbrattate. Kikko amerà Kekka 4eva fino all'ultimo istante di vita del pianeta Terra. Si possono sprecare centinaia di migliaia di parole, ma tutto resterà invariato. Tutti a bocca aperta davanti a discutibili ritratti del Vesuvio, con tanto di pino di Posillipo. Che bravi.



Uhm, volevo fare tutt'altro intervento. Tamara de Lempicka, Dandysmo, luci notturne e ritrattistica.
Vabeh, la prochaine fois.


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domenica, 24 giugno 2007,12:52
Misanthrope

"Giacché il mondo è così infido, mi vesto a lutto" .
Il vecchio incappucciato  non si fida del Mondo, lo rifugge. Vorrebbe non esistere, sublimarsi. da pezzo di carne ad etere, abbandonare quel desolante paesaggio rurale di fine estate. Eppure non ci riesce, e continua a camminare. Calpesta spine su spine, ed intanto il miserabile Mondo si fa beffe di lui, gli ruba la borsa (chissà come mai somiglia proprio ad un cuore, eh...), continua a ronzargli intorno. E' un continuo, asfissiante promemoria: è impossibile desiderare di non esistere, fingere di non esistere. Se si pensa a qualcosa, questa necessariamente acquisisce forma. Il misantropo lo sa, cerca di nascondersi dietro una cappa nera, cerca di annullare la sua forma. Evita tutto e tutti, eppure lo Sciocco, continuerà ad infastidirlo, sempre. E il vecchio continuerà ad odiarlo. E' impossibile uscirne.
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lunedì, 11 giugno 2007,19:49
Il Posto delle Fragole





Titolo originale: Smultronstället
Regia: Ingmar Bergman
Interpreti:
Victor Sjöström, Ingrid Thulin,Bibi Andersson, Gunnar Björnstrand, Per Sjöstrand, Gunnar Sjöberg,Max von Sydow, Lena Bergman.
Paese: Svezia
Anno: 1957
Durata: 91'
Genere: drammatico

Il vecchio Isaak è un petulante ma apparentemente bonario vecchietto. In realtà è sempre stato un uomo freddo e rigido, egoista oltre ogni dire, che si trova a vivere l'esperienza culminante della sua vita: il riconoscimento della sua illustre carriera. E' l'occasione di tirare le somme della sua intensa esistenza, e mettere in ordine tutti i tasselli. Durante il viaggio di andata per la località in cui si svolge la cerimonia, Isaak Borg si trova a passeggiare nei luoghi della sua infanzia, rivedendo cespugli di fragole, case, respirando ricordi.
E'  un film dai toni pastello, di una delicatezza rara, eppure così desolante. Una lieve ma perpetua cantilena ci ricorda quanto sia arida, deserta ed interminabile la vecchiaia. Il protagonista è morto da tanto tempo, eppure continua a vivere, nascondendo il processo di decomposizione del suo spirito dietro la maschera baffuta.
Le visioni oniriche che accompagnano il vecchio Isaak nel suo viaggio sono numerose ed inquietanti, piene di citazioni artistico-letterarie. Nei sogni del protagonista si susseguono dechirichiane strade deserte, orologi senza lancette degni del migliore dei Surrealisti, personaggi inquietanti e quantomai kafkiani, che danno vita ad un vero e proprio, inquietantissimo, incubo.
La narrazione è davvero meravigliosa, così come la regia. Per non parlare della magistrale interpretazione di Victor Sjöström, che vive il peggiore degli incubi in modo così innocente e disarmante da lasciare attoniti. Davvero un bel film.

Voto: 7.5
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venerdì, 25 maggio 2007,13:59
Credo sia carino inserire in questo blog qualche informazione sulle mostre che mi trovo a visitare di tanto in tanto, anche perché in fondo, costituiscono il mio pane quotidiano.


Etruschi
Siena, Complesso Museale Santa Maria della Scala
21 Aprile/4 Novembre 2007


Questa mostra è stata una piacevole sorpresa, nell'ambito del mio ancor più piacevole soggiorno a Siena. Il complesso museale è proprio di fronte al Duomo, e in quei giorni ospitava anche una seconda expo, Pulcherrima Res - preziosi ornamenti dal Passato, vale a dire adorabili gioielli e chincaglierie ell'antichità,  che però non ho avuto modo di visitare.
Ma veniamo a noi...
Il costo del biglietto è generalmente di 7 euro, con possibilità di riduzione per gruppi, anziani, bambini e studenti. Al pagamento del biglietto viene distribuito un opuscoletto contenente un glossario, che descrive sommariamente le principali tipologie di reperti che si potranno visionare nel corso della visita. E' possibile noleggiare un'audio-guida, che potrebbe rivelarsi piuttosto utile, data la scarsità di informazioni all'interno della mostra stessa.
Un intero piano è stato dedicato all'esposizione della collezione Bonci Casuccini, composta perlopiù da corredi funerari; non mancano informazioni esaustive sulla storia di tale collezione, e di coloro che l'hanno raccolta, nel XIX secolo. I reperti sono parecchi, splendidamente conservati, e delle più svariate tipologie. Numerosissime sono le urne funerarie in pietra fetida, quasi tutte di epoca piuttosto tarda. Non mancano anche sculture, simulacri di divinità, ed oggetti di uso comune (bracieri, incensiere,ornamenti).  Un'ampia parte della mostra è dedicata alla produzione ceramica etrusca. Sono presenti numerosissimi manufatti in bucchero, ceramica nera diffusissima nel Villanoviano e vasi di evidente impronta greca, a figure nere o rosse, tutti di splendida fattura.
Le cose che più mi hanno colpito di questa mostra,  sono state il perfetto stato di conservazione di gran parte dei reperti e l'eleganza dell'allestimento. Certo, la Dea Bendata è stata dalla mia parte, perché son capitata in un orario morto, senza turisti o bambini in gita, che mi hanno fatto godere appieno tutta l'esposizione.
Tuttavia, ahimé, non è tutto oro ciò che riluce. Qualcosa di poco convincente, a onor del vero, l'ho trovata ed è anche piuttosto seria. Sto parlando della difficoltà di reperire informazioni storiche e tecniche sugli oggetti esposti. Tutt'ora ho dei dubbi sull'iconografia generale delle urne. Per non parlare della scarsità di informazioni generali sugli Etruschi stessi, su cui comunemente si sa così poco. In fondo si trattava di una mostra dedicata agli Etruschi, non a coloro che ne hanno raccolto i reperti...
Certo, se avessi noleggiato un'audio-guida, forse molti dei miei dubbi si sarebbero risolti da soli, però io sono profondamente convinta del fatto che spetti al visitatore scegliere se e come visionare una mostra (uh, com'è cacofonica quest'ultima frase...), e che quindi certe informazioni debbano essere messe a disposizione di tutti, con e senza audio-guida.
Comunque è una mostra molto interessante, che vale la pena di vedere.

Voto: 6

cheeri-o
mercoledì, 09 maggio 2007,15:44


So che non dovrei iniziare ogni mio post con un'immagine, ma so anche che il concetto di 'ogni' impallidisce di fronte ai tre laconici micro-monologhi, che per ora occupano questo blog.
Non so perché ho scelto Seurat. Sarà che più che gelido, lo trovo meravigliosamente sarcastico. Se ne sta lì, con tutti i suoi puntini a guardare Parigi, le sue Cocottes impiastricciate, i suoi signori baffuti, le sue bettole, le sue alcove. Sghignazza, osserva luci e vetrine. Lo immagino un po' Flaneur, monsieur Seurat. E poi ritrae giornate piene di sole sulla Grand-Jatte, donne con scimmiette, bagnanti bianchi e rosa in canottiera e cappelli di pelle, circhi sbrilluccicanti e ballerine dalle mani minuscole. E' tutto così immobile, nei suoi quadri. Cristallizzato nella sua inutilità. Sono tutti molto seri. Figure geometriche colorate e vestite. Qualcuno però sorride, come le ballerine quassù, ma sono sorrisi beffardi. Si prendono gioco di chi le osserva, di chi fa pensieri osceni vedendo le loro gambe ed i loro affaccendati piedini, come il signore col cappello.
E Seurat, seduto ad un tavolino nelle retrovie, osserva ogni cosa, sghignazza, immagina una pioggia di puntini che si riversa su quelle persone, si solidifica e le intrappola nel loro mondo dorato. Statue colorate, simulacro della decadenza.
Non riesco a capire come sia possibile che M. preferisca Signac.

De gustibus, sì.
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